Scicli Press || Ultime dal Blog
Il BLOG DI ScicliPress

Intervista ad uno sciclitano in missione all'estero: 'Ho lasciato Scicli per le missioni militari all’estero. Per ideale. E per il posto garantito'
26 Febbraio 2010

Scicli ScicliPress altrainformazione.com militari missioni umanitarie guerra peacekeeping estero

Questo mese ci occupiamo con la nostra inchiesta di giovani che scelgono di lasciare Scicli per tentare la carriera militare.
Abbiamo incontrato un ragazzo che da oltre 6 anni dedica la sua vita all’ esercito Italiano e attraverso le missioni estere, definite di “peace keeping”.
Ne omettiamo nome ed età, per evitargli problemi sul posto di lavoro. Una intervista toccante, che racconta l’umanità di chi per fare la pace, fa la guerra, e che è segnato dal rapporto quotidiano con la morte, lontano da casa, impegnato nell’esportare la democrazia, si chiede se essa ci sia ancora nel suo paese…

Cosa ti ha spinto ad intraprendere la carriera militare?
Sono entrato in contatto con la vita militare quando ero di leva ( per me il servizio militare era obbligatorio). Lì ho conosciuto l’ambiente e ho deciso di fare il concorso, perché colpito dall’organizzazione, dall’idea di appartenere ad una forza armata e poi perché…è un lavoro sicuro.
Nelle missioni che hai fatto,  hai mai visto morire un tuo collega? Hai mai pensato dI  non fare piu’ missioni?
Si, dei miei  colleghi sono morti in attentati quando eravamo in missione. Ma al momento della loro morte io non ero in servizio, quindi non li ho visti personalmente.
Nonostante ciò ho continuato con il mio lavoro, consapevole dei rischi e dei pericoli cui vado incontro. Io lo giudico un lavoro come altri.
Con il tuo lavoro viene messa in gioco la tua vita. Che rapporto hai con la morte? Hai paura? E come la vivono i tuoi cari?
La paura fa parte dell’uomo. La vivo in modo diverso rispetto ai miei familiari perché io conosco direttamente la realtà in quei luoghi… I miei familiari la vivono diversamente perché non sanno cosa ci sta, la vivono attraverso me.
Quindi vivono nell’angoscia, alle volte cercano di dissuadermi dall’ andare, ma alla fine mi sostengono perché rispettano la mia scelta di vita.
Col tuo lavoro ti senti di rappresentare veramente la tua nazione?
Io non la rappresento. Io lavoro “per”  la mia nazione.
Anche se agli occhi esterni la rappresenti, perché indossi una divisa, quindi i tuoi comportamenti, giusti o sbagliati che siano, si ripercuotono su di essa.
Non hai mai pensato che sia una contraddizione fare una missione di pace ed essere armati come se si fosse in  guerra?
Non è una contraddizione. Perché prima di portare la pace, bisogna fare la guerra. Anche se, prima di una guerra, è più corretto dire che si attivi la diplomazia. Ma ricercare tali rapporti non è sempre facile. Infatti in Afghanistan è stata necessaria la nostra presenza prima di poter riaprire le ambasciate italiane.
Ci sono interventi militari sostenuti dal governo italiano in paesi esteri che tu,  mettendo da parte per un attimo la divisa, non approvi?
Si. La guerra in Iraq, che non ha portato a nulla.
Infatti successivamente sono state ritirate le truppe.
Non pensi che la presenza di un esercito straniero in un altro stato, possa essere visto come “ invasore” e non “portatore di pace”?
Noi italiani, per  primi, durante la seconda guerra mondiale ne siamo stato l’esempio. Siamo stati liberati dalla dittatura grazie all’intervento dell’esercito americano. Quindi la vivrei in modo positivo. Per quanto riguarda quei luoghi dove io mi reco in veste di soldato, il loro governo  in primis ha accettato la presenza di truppe straniere nel proprio territorio. Ma è anche vero che non tutta la popolazione ci vede di buon occhio. La maggior parte si, però.
Quali vantaggi ha apportato la presenza di truppe straniere in quei paesi?
Noi cerchiamo di portare sviluppo. Abbiamo costruito ospedali, scuole, strade, pozzi artesiani portando acqua dove non ce n’era. Noi soldati stessi prima di partire effettuiamo delle raccolte fondi nelle nostre città d’origine, che vengono  impiegati per aiuti umanitari di ogni genere come l’acquisto di  medicine.
Hai mai ucciso qualcuno?
No. Nemmeno i miei colleghi. Solitamente rispondiamo al fuoco solo se attaccati, allora in quei casi si registrano delle perdite sia per noi che subiamo l’attacco, sia per loro che attaccano.
Voi siete portatori di pace e democrazia, ma cosa significano per te queste due parole?
La Democrazia per me è fondamentale, anche se in Italia, negli ultimi anni, sta venendo meno…
Si ha democrazia quando il popolo è sovrano ed  in grado di decidere del proprio futuro, attraverso l’elezione dei propri rappresentanti. Ma per un popolo che vive nell’ignoranza e non è istruito, ciò non è possibile. Pace vuol dire vivere in tranquillità e serenità. Uscire di casa senza la paura, ma con la certezza di rientrare in casa.
Come si vive in quei paesi? Come siete visti voi militari?
È diversa la cultura, la donna non gode degli stessi diritti che gode nel nostro paese. Ad esempio in Afghanistan viene sfruttata nei campi, dove per la maggiore si coltiva oppio. I proprietari terrieri sono i classici signori della guerra, che si arricchiscono alle spalle dei loro contadini. Il sistema è simile a quello feudale. Non sono paesi uniti, infatti non parlano tutti la stessa lingua e sono organizzati in tribù. Ciascuna tribù ha un capo che solitamente è il più anziano, il quale è membro attivo della “shurasi” (organo con poteri decisionali di cui fanno parte oltre i capi tribù, i membri del governo afghano e i membri NATO). E con i capi tribù che noi abbiamo contatti durante le nostre missioni.
Negli ultimi giorni si registrano sempre più attacchi all’esercito italiano. Se dovessi partire domani, con quale spirito partiresti e cosa proveresti?
Gli attacchi ci sono sempre, in media muoiono 3-4 soldati dell’ISAF. Lo stato d’animo non è uguale, è ovvio. Ma già quando si sentono di attacchi ad altri eserciti, siano essi francesi o inglesi, non cambia nulla perché facciamo tutti parte dell’ISAF, quindi un attacco a loro mi tocca come un attacco all’esercito italiano.
Anche se ultimamente ne sentiremo parlare sempre di più perché sta arrivando la stagione estiva. Durante l’inverno in paesi come l’Afghanistan,circondato da montagne alte anche 7 mila metri, i ribelli non hanno possibilità d’azione per via della neve e si rifugiano nelle zone di confine, tipo Pakistan, dove rimangano in attesa della bella stagione.

Giovannella Inì


Commenti

antonio statello
26 Febbraio 2010

:)


gaetano di bennardo
28 Febbraio 2010

che dura realtà!! ma x favore nn si indignino quando li si definiscono mercenari e nn eroi della Patria quando ci lasciano le penne. Sono soldati pagati che vanno a far guerra in uno stato straniero, x una guerra che nn è la nostra. L'ideale?? Cos'è la marca di un prodotto?


Inserisci commento

Nickname

Messaggio

Non inserire testo nel campo sotto. Altrimenti non riuscire più a commentare.

Humanbody
Trovato Immobiliare